«Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere».«Il linguaggio traveste il pensiero»
“Tractatus logico-philosophicus” (1921)
«I problemi filosofici sorgono quando il linguaggio fa festa»
“Ricerche Filosofiche” (1953)
Nelle sue “Ricerche Filosofiche” Wittgenstein spiega che i problemi filosofici sono malattie del linguaggio, sorgono quando il linguaggio «va in vacanza», , cioè quando le parole vengono strappate dal loro contesto ordinario e utilizzate in modo astratto, generando confusioni concettuali.
In quanto malattie i problemi filosofici richiedono una «terapia» concettuale. Questa metafora clinica nasce dall’osservazione che molti dilemmi filosofici derivano da un uso distorto del linguaggio, come nel caso della domanda «Che cos’è il tempo?». Posta al di fuori di un gioco linguistico specifico (ad esempio, la fisica o la quotidianità), essa perde ogni ancoraggio pratico e diventa un «inceppamento» privo di senso.
Un esempio famoso è l’opera sul senso profondo del tempo del filosofo francese Henri Bergson, un tale insulso delirio di stronzate che l’unico commento da parte degli scienziati fu una breve frase di Albert Einstein: «speriamo che Dio lo perdoni».
La terapia è riportare le parole incomprese dai filosofi dalla loro vacanza metafisica all’uso ordinario nel linguaggio comune ed al lavoro quotidiano della comunicazione umana: «Non pensare, ma guarda!»,
Per Wittgenstein «il linguaggio traveste il pensiero», creando l’illusione di profondità concettuali dove invece regna il nonsenso. Un esempio lampante è la ricerca di entità metafisiche come l’essenza della giustizia: tale domanda nasce dall’errata convinzione che a ogni sostantivo corrisponda un oggetto concreto.
Nel problema di efficacia del linguaggio per esprimere concetti generali posto da Wittgenstein c’è il grande limite della sottocultura umanistica e la sua inferiorità rispetto alle scienze esatte che usano un linguaggio universale, potente e non ambiguo come quello della Matematica.